È POSSIBILE ISTRUIRE SENZA EDUCARE?

 

Abstract: uno dei punti deboli della scuola è l’eccesso di istruzione a detrimento dell’educazione. L’affermazione secondo la quale il compito dell’insegnare è esclusivamente quello di istruire non solo è parziale ma soprattutto non rappresenta appieno la realtà dell’incontro maestro-allievo. Questo articolo vuole mostrare l’impossibilità di istruire senza al contempo educare.

La prima parola che mi viene in mente quando penso al mondo contemporaneo è connessione. Etimologicamente connettere significa “congiungere strettamente”. Si può serenamente affermare senza tema di smentita che stiamo vivendo nell’era della tecnica e della tecnologia.

Rete è un’altra delle parole chiave per definire il world wide web ossia il sistema che internet offre per navigare all’interno del suo spazio/mondo-virtuale.

Forse per la prima volta nella storia dell’umanità abbiamo evidenze pressoché incontrovertibili del fatto che esistono correlazioni concrete e reali tra fenomeni anche di diversa natura. La sopravvivenza economica, politica e sociale dipende dagli accordi che le persone riescono ad instaurare, dalle relazioni significative e durature che riescono ad intessere, dai legami che riescono a stringere. In realtà è un fenomeno che a livello micro-sociale è sempre esistito ma che a livello macro-sociale ha iniziato a svilupparsi durante la prima rivoluzione industriale, si è concretizzato nella seconda rivoluzione industriale a fine ‘800 e ha subito una accelerazione imponente a partire da quella che viene definita la terza rivoluzione industriale a partire dalla seconda metà del novecento, fenomeno in particolare legato all’innovazione tecnologica. Oggi, nel 21° secolo grazie all’evoluzione informatica l’interdipendenza e la connessione tra esseri umani è straordinariamente evidente. Dunque si può affermare che il mondo è una enorme rete di connessioni. Più o meno visibili.

Si tratta a mio avviso di una metafora meravigliosa dal punto di vista dell’educazione e dell’istruzione. Nel momento in cui è acclarato che viviamo nel tempo delle interconnessioni allora qualunque fenomeno può essere analizzato compreso e spiegato attraverso tale ottica. Nello specifico della dimensione educativa la mia idea è assai precisa: istruendo non si può non educare. In altre parole un insegnante nello stesso momento in cui istruisce contemporaneamente educa. Esiste una connessione inscindibile tra queste due dimensioni. Tenterò nelle righe seguenti di dimostrare questa affermazione.

Persiste tutt’oggi la convinzione e la pratica secondo la quale l’educazione  è appannaggio della famiglia mentre dell’istruzione se ne occupa la scuola. Entrambe la parti in causa ossia genitori e docenti sono alquanto restii ad accogliere ingerenze nel proprio precipuo campo di azione dando vita in questo modo a dissidi, lotte, prese di posizione e intolleranze che si traducono puntualmente in azioni deleterie nei confronti dei bambini e dei ragazzi. Tutto questo viene perpetuato senza riuscire a trovare un diverso modus operandi in maniera tale da trovare una terza via possibile. Hegel parlava di tesi e antitesi da far incontrare per dar luce alla sintesi. Allora tenendo presente la metafora della rete/connessione secondo la quale tutto è connesso con tutto e della fortunata ed efficace sintesi hegeliana si potrebbe tentare la costruzione della suddetta terza via. Vediamo come.

Molti insegnanti affermano che il loro compito è puramente culturale, non sono educatori ma solo docenti. In questo “solo docenti” essi tradiscono senza probabilmente accorgersene la convinzione dell’estrema importanza dell’educazione. Infatti il termine “solo” rimanda ad una incompletezza, ad un pezzo mancante, con ogni probabilità un pezzo più grande di quello di cui si fa parte. Inoltre dimenticano o forse non hanno piena coscienza del fatto che nel momento in cui un essere umano adulto si occupa della formazione di un altro essere umano necessariamente crea una relazione. Perché? Due soggetti in presenza posti uno di fronte all’altro danno vita necessariamente ad una comunicazione. Questo lo si può facilmente evincere osservando quanto affermato dal primo assioma della pragmatica della comunicazione umana che afferma che “per 2 o più persone in presenza è impossibile non comunicare”. Persino il silenzio o l’indifferenza sono forme di comunicazione: entrambe rappresentano un significato interpretato dal destinatario. In ogni caso ricordiamo che nella situazione specifica il docente è di fronte all’allievo con lo scopo precipuo proprio di comunicare con lui. Proseguendo con il ragionamento possiamo affermare che esistono fondamentalmente 3 tipologie di comunicazione: l’interazione, la relazione e la transazione. Per interazione si intende: “ […] la reazione reciproca, verbale o non verbale, temporanea o ripetuta secondo una certa frequenza, attraverso la quale il comportamento di uno dei partners ha un’influenza sul comportamento dell’altro […]” (M. POSTIC, La relazione educativa, Roma, Armando, 1982 cit. in D.DEMETRIO, Educatori di professione, Milano, La Nuova Italia, 1999, p. 153). Per relazione secondo il dizionario Treccani si intende: Connessione o corrispondenza che intercorre, in modo essenziale o accidentale, tra due o più enti ed inoltre: Con riferimento a persone o a gruppi, come rapporto, legame o vincolo reciproco ( www.treccani.it ). Infine la transazione è: “ […] parola ancora più impegnativa; perché soprattutto gli psicologi sociali, hanno messo in evidenza le norme di reciprocità insite in quest’idea e hanno dimostrato che i confronti interpersonali implicano uno scambio, in costi e benefici, di spese di energia comportamentale, investite in vista di eventuali redditi. […] La parola transazione è stata allora adottata nel senso di un’operazione “economica” conclusa con un accordo tra le parti, sulla base di una reciprocità di mutui vantaggi da ricavarne” (M. POSTIC, La relazione educativa, Roma, Armando, 1982 cit. in D.DEMETRIO, Educatori di professione, Milano, La Nuova Italia, 1999, p. 154). E’ piuttosto interessante notare come in tutte e 3 le forme di comunicazione ritroviamo termini quali: reciprocità, influenza, rapporto, legame, corrispondenza, accordo, mutuo nel senso etimologico di “dare in cambio”. È evidente dunque che di qualsiasi tipo di comunicazione l’insegnante si renda protagonista nei confronti dell’allievo si tratta in ogni caso di un’azione che prevede necessariamente l’instaurarsi di un qualsivoglia rapporto. Ed è altrettanto evidente che un rapporto implica un investimento emotivo. Si tratta in ultima analisi da qualsiasi parte la si guardi di una relazione a tutti gli effetti tra due esseri umani.

A questo punto della mia riflessione prendendo spunto dal primo assioma della pragmatica della comunicazione umana prima citato asserisco che “ per docente e allievo in presenza è impossibile non instaurare una relazione”. Ora, l’educazione è caratterizzata dalla relazione? In altre parole per definire l’educazione si può prescindere dalla relazione tra due esseri umani? Anche solo a livello intuitivo si può facilmente notare che è impossibile per un essere umano educare qualcuno in sua assenza dunque si può affermare che l’educazione è caratterizzata invariabilmente dalla relazione ed allora ecco che immediatamente balza agli occhi l’inevitabile conclusione secondo la quale: per un docente in presenza di un allievo è impossibile non educare.

Il percorso è questo:

INCONTRO TRA DUE ESSERI UMANI —> COMUNICAZIONE —-> INTERAZIONE —-> RELAZIONE —->EDUCAZIONE.

A questo punto però si potrebbe obiettare che l’istruzione è essenzialmente una trasmissione di informazioni da un soggetto-emittente, in questo caso l’insegnante, ad un soggetto-destinatario, in questo caso l’allievo. Ma è possibile comunicare senza instaurare una vera e propria relazione? A mio avviso sì  ma solo a certe condizioni. La comunicazione non è relazione in base ad alcuni criteri:

  • L’occasionalità: ad esempio la comunicazione che intercorre tra pazienti in un sala d’aspetto di una sala medica o la conversazione con la persona che siede di fronte a me sul treno.
  • Il tempo e la durata (la non reiterazione): nel momento in cui io comunico con un’altra persona una sola volta nella mia vita oppure una volta al mese per pochi minuti, ad esempio con una persona incontrata per caso in un ascensore, oppure con il corriere che mi consegna un libro ordinato online.
  • La trasformazione del contenuto: nel momento in cui io comunico senza avere lo scopo, diretto o indiretto, implicito od esplicito, di voler trasformare e far evolvere il contenuto della comunicazione. Ad esempio quando semplicemente racconto o esplicito qualcosa senza voler convincere l’interlocutore della bontà o della veridicità di quanto affermo. E non ho questo scopo proprio perché non ho alcun investimento emotivo-relazionale con l’interlocutore stesso.

Le caratteristiche di una vera e propria relazione invece sono:

  • La replicazione: c’è relazione soltanto se esiste continuità e replicazione nel rapporto tra due oggetti;
  • La referenzialità: c’è relazione se si parla di qualche cosa d’altro: di già accaduto, che accade, che potrà accadere;
  • La pragmaticità: c’è relazione non soltanto se si parla, ma se si agisce, si vuol cambiare, trasformare ciò di cui si parla.

I nessi che la relazione sempre chiama in causa, in sostanza, comportano: l’esistenza spazio-temporale di un ritorno (non esistono relazioni occasionali: perché ci sia relazione, deve stabilirsi un legame più o meno duraturo, comunque intenso, basato sulla reciprocazione io ti do/tu mi dai); deve esistere poi un contenuto del quale parlare e, infine, tale contenuto diventare l’oggetto di una ipotesi trasformativa.” (D.DEMETRIO, Educatori di professione, Milano, La Nuova Italia, 1999, p. 156).

Ora, proviamo ad indagare se le caratteristiche della relazione vera e propria sono presenti all’interno  della comunicazione che intercorre tra insegnante e allievo:

  • La replicazione: certamente sì data la frequenza quotidiana con cui avviene.
  • La referenzialità: certamente sì dati gli argomenti in questione: i contenuti delle materie ma non solo; rientrano anche le comunicazioni che riguardano i comportamenti, gli atteggiamenti, gli accadimenti quotidiani all’interno del gruppo-classe.
  • La pragmaticità: certamente sì dal momento che l’insegnante attraverso il proprio lavoro ha lo scopo di arricchire l’allievo con molte nuove informazioni che inevitabilmente innescano un processo trasformativo del suo modo di pensare e di agire nella vita.

Dunque la comunicazione insegnante-allievo possiede in sé tutte le caratteristiche che portano alla instaurazione di una relazione vera e propria, indipendentemente dalla qualità, dal grado di profondità e significatività di tale relazione. Essa è in ogni caso una relazione interpersonale propriamente detta. Inoltre da ultimo ma paradossalmente a mio avviso ancora più importante c’è da considerare ancora questo aspetto: “ Vediamo ora le implicazioni pedagogiche che ciascun aspetto ci invita a considerare. La continuità implicita nell’esperienza relazionale è stata studiata soprattutto dal pensiero psicanalitico che si è occupato dei cosiddetti registri inconsci impliciti nella relazione educativa. Infatti essa: non si situa solo a livello visibile della comunicazione interpersonale, si svolge anche a livello delle emozioni, dei fantasmi, dunque sul registro inconscio. In quanto le relazioni oltre al loro contenuto manifesto, osservabile, identificabile hanno al tempo stesso un contenuto latente di carattere emozionale non sempre controllabile con la volontà”(J. Laplache, J.B. Pontalis, Fantasma originario, Fantasmi delle origini, Origini del fantasma, Bologna, Il Mulino, 1988, p. 17 e M. Postic, opera cit., p. 141).

Si parla dunque dell’aspetto emozionale che è carattere cardine della relazione intersoggettiva e stabilisce e/o descrive il grado di coinvolgimento dei soggetti in relazione.

In conclusione è possibile affermare con sufficiente evidenza che per un insegnante è impossibile non instaurare una relazione con l’allievo, relazione che rappresenta il nucleo fondante dell’educazione, di conseguenza risulta altrettanto impossibile per l’insegnante non educare l’allievo che ha di fronte. Questo fa sì che si apra uno scenario del tutto particolare, uno scenario secondo il quale l’insegnante deve necessariamente essere un professionista preparato adeguatamente sotto il profilo educativo, con comprovate e approfondite conoscenze teorico-pratiche che a tutti gli effetti lo collochino a pieno merito e diritto nella sfera e dimensione pedagogica. Senza tale preparazione non è possibile a mio avviso svolgere in maniera fondata, profonda e significativa il mestiere e il ruolo dell’insegnante. Tuttavia non è condizione sufficiente possedere una preparazione teorica certificata da un corso di laurea bensì è necessario possedere alcuni requisiti personali che si riassumono nel conseguimento di quella che viene definita competenza pedagogica costituita da tre forme di sapere: il sapere propriamente detto, il saper fare e in particolare il saper essere. L’insegnante-educatore dovrà in ultima analisi compiere un lavoro su di sé per imparare egli stesso “come fare per essere” un docente che mentre istruisce educa consapevolmente l’allievo. La tesi “istruzione” incontra l’antitesi “educazione” per dar vita alla sintesi: “realizzazione”.