L’AUTOSTIMA IN EDUCAZIONE

L’IMPORTANZA DELL’AUTOSTIMA
NELL’EDUCAZIONE DEL BAMBINO

“Da grande voglio essere proprio come me.”

(Dalla serie tv “I Simpson”)

Lo sapevi che ciò che pensi di te stesso influenza
e determina il tuo futuro?

Svariate ricerche confermano il fatto che l’autostima determina il successo scolastico dei bambini e dei ragazzi, influenza positivamente le loro relazioni con se stessi e gli altri.

E sappiamo quanto sia fondamentale stare bene nel contesto sociale per avere successo nella vita laddove per successo intendo una piena realizzazione personale negli ambiti più importanti per la persona: salute, amore, amicizie, lavoro, relazioni.

Quindi dai facciamo una capatina a scoprire che cos’è
questa famosa autostima …

Secondo gli studiosi della mente l’autostima si può definire come la dimensione valutativa globale del sé, cioè quanto si ritiene di valere.

Viene anche chiamata immagine di sé. Si tratta di un aspetto estremamente importante all’interno dell’ambito educativo perché essa influenza in maniera determinante il benessere personale e tutto ciò che
ad esso è correlato.

E’ indubbio che nel momento in cui ho una
valutazione positiva di me stesso questo mi permette di affrontare in
maniera ottimale non soltanto le situazioni già di per sé costruttive ma
soprattutto quelle difficili, o addirittura dannose e distruttive.

In quest’ultimo caso infatti senza una radicata e profonda fiducia nel mio
valore, nelle mie qualità umane, nelle mie potenzialità creative corro il
rischio di farmi sopraffare dagli eventi senza riuscire a trovare un modo
per provare a risolvere le situazione stessa.

Così faccio un’esperienza
caratterizzata da sensazioni quali impotenza, blocco, paura che tutte
insieme lasciano dentro di me un senso di fallimento.
Si insinua inoltre il dubbio, che poi con il trascorrere del tempo e con altri
eventuali insuccessi si trasforma in convinzione, credenza e certezza, di
non essere “all’altezza” della situazione, di essere incapace e ogni altra
forma di autosvalutazione. Se tutto questo turbinio di emozioni,
sensazioni e pensieri si radicano dentro di noi ecco che la vita non appare
più come un’ occasione, come una promessa di felicità e opportunità di
crescita ma come una minaccia.

Allora appaiono dinnanzi a noi due strade: una legata ad un aiuto e
supporto esterno ed una legata ad un sostegno e una spinta interne.

Nel momento in cui accade che solo grazie ad un Altro da noi possiamo
ricavare l’informazione emotiva che ci comunica che noi valiamo allora in
quello stesso momento potremmo diventare consapevoli del fatto che la
nostra autostima non è autoprodotta, non appartiene al nostro mondo
interiore, a ciò che sappiamo di noi.

E questo, sebbene in una certa
misura sia completamente naturale, sano, comprensibile e giustificato,
dall’altro in qualche modo vuole significare che non abbiamo imparato a
sufficienza ad amarci, a credere in noi stessi, a sapere che possiamo
farcela e che è solo questione di tempo per trovare la soluzione migliore
per la situazione-problema che ci preoccupa e ci mette in difficoltà.

Tuttavia è incompleto affermare che “non abbiamo imparato a
sufficienza”; è necessario aggiungere che “non ci è stato insegnato,
trasmesso, e non è stato sviluppata in maniera sufficientemente buona”
questa nostra capacità, questa nostra fondamentale qualità umana.

Ed è qui che compare la questione educativa.

L’educazione infatti ha tra i suoi scopi principali il” tirar fuori” il meglio da
ciascun essere umano, di sostenere lo sviluppo della sua massima
realizzazione e dunque è imprescindibile occuparsi della crescita di una
solida e sana autostima.

La crescita del bambino vive le sue fasi
determinanti dalla nascita al compimento del 6° anno di età. In
particolare la fascia 0-3 anni è quella maggiormente delicata dal
momento che è in questo periodo di vita che avvengono esperienze quali:
riconoscimento di sé in quanto essere umano separato e unitario rispetto
alla madre, il camminare autonomamente, il linguaggio.

A proposito di questo vi è un interessantissima branca della Psicologia che
si chiama Psicologia Funzionale, fondata da uno psicoterapeuta italiano,
Luciano Rispoli, che guardando l’organismo umano nella sua complessità
e unitarietà stabilisce che:

1

il Sé è una organizzazione di funzioni psicocorporee,
tutte esistenti ed integrate sin dalla nascita, tutte egualmente
importanti: nessuna è gerarchicamente superiore e nessuna gestisce tutte
le altre in senso piramidale.

2
“Il sé allora sarebbe un insieme di funzioni, un insieme organico e
organizzato di funzioni che determinano l’identità e la complessità della
persona”.

Traduzione: il senso di sé e quindi l’autostima si forma non solo
attraverso i pensieri che abbiamo su di noi (area cognitivo-simbolica) ma
anche attraverso altre 3 grandi aree: emotiva, posturale-muscolare e
fisiologica.

1) https://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia_funzionale.
2) L. Rispoli, Esperienze di base e sviluppo del sé, Franco Angeli, Milano, 2004, p. 51.

L’area emotiva rappresenta la particolare coloritura con cui la persona,
sin dall’inizio della vita, percepisce il mondo: stati d’animo, sentimenti
verso di sé, umore di base.
L’area fisiologica è costituita da tutti i sistemi e apparati interni del nostro
organismo: sistema respiratorio, cardiocircolatorio, digestivo, nervoso,
immunitario e così via.
L’area posturale-muscolare è la sede del linguaggio del corpo: posture,
movimenti, gesti, la forza, la struttura e la forma del corpo.
Infine troviamo l’area Cognitivo-Simbolica che comprende tutta una serie
di funzioni psicocorporee: i ricordi, la consapevolezza, la razionalità, il
controllo, le fantasie, l’immaginazione, il tempo e il simbolico.
Senza entrare troppo nel merito risulta molto interessante il fatto che
all’interno di queste aree il bambino dalla nascita sperimenta quelle che
Rispoli definisce le “Esperienze di base del sé”. Per spiegare di cosa si
tratta Rispoli in qualità di terapeuta parla della relazione psicoterapeutica
con il paziente chiedendosi che cos’è che accade nel momento in cui si
mette in moto il processo di guarigione:

“ Alla fin fine, al di là delle
tecniche utilizzate, ciò che accade realmente all’interno delle relazione
terapeutica è il recupero e la ricostruzione di alcune particolari modalità di
relazione. Queste modalità sono quelle che caratterizzano un rapporto
genitoriale positivo, e la vita dei bambini prima che intervengano impatti
negativi a chiudere canali, capacità e movimenti. […] nel recupero di […]
antiche esperienze che hanno ricoperto un ruolo molto importante per il
bambino e il suo sviluppo. Queste esperienze, che ho definito Esperienze
basilari del sé, sono i mattoni su cui si costruisce la vita.”3

3 L. Rispoli, Esperienze di base e sviluppo del sé, Franco Angeli, Milano, 2004, p. 65

E allora andiamo velocemente a vedere quali sono questi mattoni
fondamentali per la costruzione del sé, dell’autostima che rappresenta
uno dei cardini della realizzazione umana:

– Essere tenuti
– Essere presi
– Lasciare
– Contatto
– Contatto attivo
– Amore
– Condivisione
– Tenerezza
– Considerazione
– Vitalità
– Benessere
– Sensazioni
– Controllo
– Forza
– Aggressività
– Consistenza
– Affermazione
– Negatività
– autonomia

A questo punto cerchiamo di riassumere:

L’autostima è il valore che ciascuno dà a sé. Il sé si forma grazie alle
interazioni e azioni che i genitori hanno con il bambino. Il sé è costituito da
più parti o aree: cognitivo-simbolica, muscolare-poturale, emotiva e
fisiologica. Il sé si forma attraverso le esperienze di base che vanno a
soddisfare i bisogni del bambino.

Se queste esperienze di base sono esperienze di una certa qualità allora la
costruzione del sé sarà solida, armonica e ben strutturata. Di conseguenza
l’autostima del bambino sarà anch’essa sana, forte, robusta in modo tale
che gli permetta di affrontare le sfide della vita ben equipaggiato sotto
tutti i punti di vista che poi non sono nient’altro che le aree sopra
menzionate.

Quindi abbiamo visto quanto l’autostima possa determinare lo star bene
con se stessi e gli altri dei bambini, quanto influisca in maniera
determinante sulla realizzazione delle persone e quanto questo sia
determinato da alcune esperienze che facciamo durante la nostra
infanzia.

Questo mi fa pensare a quanto noi adulti, genitori, educatori, insegnanti,
allenatori che siamo a contatto con i bambini possiamo fare.

A quanto
determinante possa essere un abbraccio, una parola detta con un
determinato tono di voce, quanto un incoraggiamento in un momento
difficile possa regalare fiducia nel futuro, quanto il saper vedere e
valorizzare un gesto o un’azione di un bambino possa infondergli un
maggior senso di esistenza e di importanza.

Possiamo fare davvero tanto per i bambini, per il loro futuro, per la loro
felicità e la loro completa e piena realizzazione. E una persona felice e
realizzata a sua volta si affaccerà al mondo con una energia strepitosa
contagiando chiunque incontri generando così un circuito virtuoso in cui
non so voi ma io molto sinceramente vorrei proprio trovarmi.

Spero tanto che queste informazioni possano far sì che qualche vita possa
cambiare, possa manifestarsi in tutta la sua bellezza e spero che ci si
prenda cura, tanta cura dell’autostima dei bambini perché in fondo hanno
solo bisogno di un po’ più di fiducia per ciò che sono realmente.

“Amare se stessi è l’inizio di un idillio che dura tutta la vita .”
Oscar Wilde

L’INTELLIGENZA EMOTIVA

L’INTELLIGENZA EMOTIVA

MI EMOZIONO, DUNQUE SONO

“Nella realtà quotidiana nessuna intelligenza

è più importante di quella interpersonale.”

Daniel Goleman

CHE COS’È DUNQUE
L’INTELLIGENZA EMOTIVA?

È una particolare forma dell’intelligenza umana che comprende:

  • La capacità di motivare se stessi
  • La capacità di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni
  • La capacità di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione
  • La capacità di modulare i propri stati d’animo gestendo la sofferenza in modo tale che non ci impedisca di pensare
  • La capacità di essere empatici
  • La predisposizione al pensiero costruttivo che crea prospettive di vita positive

Tratto da “INTELLIGENZA EMOTIVA” di D. Goleman, Bur, Milano, 2004

PERCHÉ È COSÌ IMPORTANTE?

Perché la nostra vita quotidiana è caratterizzata dalle relazioni interpersonali che inevitabilmente conducono al provare emozioni.

Dunque se non si possiedono abilità e competenze emotive è molto difficile arrivare ad una piena e completa autorealizzazione.

Se non si impara a gestire e padroneggiare le proprie competenze interpersonali si incorrerà inevitabilmente in conflitti, incomprensioni e frustrazioni che alla lunga minano la nostra serenità ed anche la nostra salute psicofisica.

E SAPPIAMO MOLTO BENE COSA SIGNIFICA VERO?

L’INTELLIGENZA EMOTIVA
INFLUISCE SULLE PERFORMANCE COGNITIVE?

Le emozioni influiscono certamente sulle prestazioni cognitive.

Influiscono sia sulla“memoria di lavoro”,

Che è quella parte della nostra memoria preposta

ad immagazzinare e manipolare

Le informazioni per brevi periodi di tempo.

Ed influiscono anche sulla memoria a lungo termine

In generale le emozioni negative e l’incapacità di autoregolarle

Influenza la qualità dell’apprendimento.

Molti studi confermano l’ipotesi, secondo cui lo stato d’animo attuale è influenzato dal modo di pensare, dal modo di percepire gli eventi, da ciò che viene ricordato e dalle decisioni che si prendono (Goleman, 1999; Mayer, 1983). Poiché non si è in grado di vedere direttamente le emozioni provate, queste si possono inferire solo attraverso il comportamento, interpretabili dalla visione soggettiva degli eventi stessi.

Le emozioni negative possono essere la causa o l’effetto delle difficoltà di apprendimento. Ansia o depressione, rabbia o frustrazione possono interferire con l’ apprendimento creando disadattamento
http://www.stateofmind.it/2018/05/competenza-emotiva-apprendimento/

“LE DIFFICOLTÁ DI
AUTOREGOLAZIONE EMOTIVA
INOLTRE POSSONO GENERARE CONFUSIONE NELL’INDIVIDUAZIONE DEI DISTURBI SPECIFICI DELL’APPRENDIMENTO

 

Nella scuola, infatti, si assiste spesso ad una confusione tra i diversi aspetti diagnostici (depressioni infantili e comportamenti iperattivi) con ricadute negative sulla gestione/integrazione del soggetto e sulle programmazioni e valutazioni didattiche.”

http://www.stateofmind.it/2018/05/competenza-emotiva-apprendimento/

DIAMO UN’OCCHIATA
NEL MONDO DEL LAVORO …

QUALCHE CONFERMA …

In una ricerca nazionale negli Stati Uniti su ciò che i datori di lavoro cercano nei nuovi assunti le qualità tecniche specifiche sono risultate meno importanti della capacità di imparare sul lavoro; dopo di essa i datori di lavoro hanno menzionato:

  • La capacità di ascoltare e comunicare oralmente
  • La capacità di adattamento e di reazione agli insuccessi
  • Il dominio di sé, la fiducia e la motivazione
  • L’efficacia nel lavoro di gruppo e nelle relazioni interpersonali

In un altro studio simile in cui si chiedeva alle società quali fossero le caratteristiche che cercavano nei  nuovi assunti la risposta fu: capacità nella comunicazione, capacità interpersonali e l’iniziativa.

C’È SOLO
UN PICCOLO PROBLEMA …

 

 

Queste ricerche

Furono effettuate

Nella prima parte degli anni 90 !!!

VEDIAMO INVECE COSA DICONO LE RICERCHE DI OGGI …

 

un’indagine realizzata di recente dal settore Placement dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (2017)

 che ha coinvolto i selezionatori di 90 aziende, sia Pmi del territorio sia gruppi internazionali.

Dell’indagine colpisce in particolare questo aspetto:

il fatto che per il 62% degli intervistati le soft skill contano “molto”.

Tra un brillante laureato e uno che ha dei voti più bassi ma è in grado di lavorare in team e arricchire la cultura aziendale, pare che i selezionatori preferiscano il secondo.

A sostegno di questa affermazione, i selezionatori intervistati dichiarano infatti che “soprattutto per le figure junior sono proprio le competenze trasversali a completare il profilo del candidato e possono fare la differenza nel suo percorso di crescita”.

E COME SE NON BASTASSE …

 

 

 

 

lo “human capital report” (2017) cioè
il rapporto su come le capacità delle persone vengono valorizzate nel mondo del lavoro
afferma che le competenze
maggiormente richieste nell’immediato futuro sono:

 

Top  10  soft  skills  in  2020:

  1. Problem solving complesso
  2. Pensiero critico
  3. Creatività
  4. Capacità di gestire persone
  5. Capacità di lavorare in gruppo
  6. Intelligenza emotiva
  7. Decision making
  8. Orientamento al cliente
  9. Negoziazione
  10. Flessibilità mentale

 

DUNQUE LA SCOPERTA
È  CHE …

 

Dopo 25 anni nulla è ancora cambiato.

Sappiamo ormai con certezza

Che le competenze interpersonali tra cui proprio l’intelligenza emotiva

SONO FONDAMENTALI

Ma non ci si è ancora organizzati in tal senso.

Non solo riguardo il lavoro

Ma proprio come abilità

Da sviluppare e potenziare

Per la nostra vita quotidiana.

Perché, ebbene sì

L’intelligenza emotiva si può allenare

È L’EDUCAZIONE RICEVUTA
CHE FA LA DIFFERENZA

“Ciò che fa davvero la differenza sono le risposte emotive che i bambini apprendono mentre crescono. […]

I genitori che escogitano per i propri figli graduali esperienze incoraggianti offrono loro quello che può considerarsi un duraturo rimedio per le loro paure.

[…]

Il bambino riceve alcuni degli insegnamenti emozionali più significativi dai genitori. Essi instillano in lui inclinazioni emotive diversissime a seconda che il loro livello di sintonizzazione indichi il riconoscimento e la soddisfazione delle esigenze emotive del bambino e un atteggiamento empatico anche nell’imporre la disciplina […]”

D.Goleman, Intelligenza emotiva, Bur Edizioni, Milano, 1995

ECCO A QUESTO PROPOSITO ALCUNI CONSIGLI
SU COME INCENTIVARE E SOSTENERE UNO SVILUPPO
ARMONICO E DURATURO
DELL’INTELLIGENZA EMOTIVA

Ricordiamoci che l’obiettivo principale e finale

È che il bambino impari ad autoregolarsi

Cioè a conoscersi così a fondo da saper riconoscere e nominare

Le proprie emozioni quando compaiono

E Che le sappia far emergere senza che esse

Prendano il sopravvento eccessivamente.

Che insomma il bambino riesca ad essere assertivo

Ossia che sappia far valere le proprie ragioni

Senza che le emozioni lo portino a ferire i sentimenti degli altri

O peggio che lo portino ad azioni violente ed aggressive.

 

 

PARTIAMO CON I CONSIGLI …

ASCOLTARE

 

Pensiamoci: una delle cose che ci fanno più arrabbiare durante una lite, una discussione, un conflitto

È proprio l’incomunicabilità tra i contendenti.

Arriva quel momento in cui entrambi

Smettiamo di ascoltare

E vogliamo soltanto dire a gran voce le nostre ragioni

Senza più tenere in considerazione quanto dice l’altro.

Allora se ci impegniamo ad ascoltare fino in fondo facendo anche domande al bambino riguardo ciò che è successo e ciò che prova questo sarà un esempio concreto per lui per imparare una strategia che potrà essere preziosa per far calmare se stesso e il suo interlocutore.

NOMINARE LE EMOZIONI

 

 

 

Dare il nome a ciò che proviamo

Fa sì che intervenga la mente, il pensiero

Durante l’attivazione emozionale

E questo può voler significare

Riuscire a cambiare il registro dell’interazione.

In ogni caso insegnerà al bambino a dare “un volto”

A prendere la necessaria confidenza con quanto gli sta accadendo

In maniera tale che potrà insieme a voi genitori

Approfondirne il significato in un secondo momento

Quanto si sarà calmato.

AUTOCONTROLLO

 

 

 

Questo è molto difficile perché parte dall’esempio.

Mi spiego: non si può chiedere ad un bambino di controllarsi

Nel momento in cui io genitore quando sono in preda ad una emozione negativa non lo so fare e mi lascio travolgere dando dimostrazione di non riuscire a gestire il mio stato d’animo.

Quindi Sarebbe strettamente necessario e desiderabile

Che il genitore dia prova concreta e reale

Di saper attivare il proprio autocontrollo

Durante gli eventi di attivazione emozionale.

Per questo essere genitori implica a propria volta mettersi in gioco

E con umiltà imparare

nel caso ci accorgessimo di aver qualche lacuna.

CONTENIMENTO

 

 

 

Il contenimento è strettamento collegato all’autocontrollo.

Ovvero il contenimento è il modo principale per insegnare l’autocontrollo.

Per contenimento si intende il saper accogliere

Le emozioni e le esternazioni del bambino

E farlo sentire al sicuro attraverso

L’abbraccio.

L’abbraccio è il modo privilegiato per contenere

Perché è un atto fisico che trasmette e veicola

Messaggi molto precisi:

Ti voglio bene incondizionatamente

Ci sono sempre per te

Ti tengo al sicuro

PRESENZA

 

 

 

La presenza vuol dire essenzialmente trovare

Il tempo necessario per poter svolgere con la dovuta calma

Le azioni precedenti: l’ascoltare, l’autocontrollo e il contenimento.

Esserci vuol dire che di fronte ad un evento emozionale significativo

Bisogna saper mettere da parte il resto

E dedicarsi completamente al bambino

In questo modo farete sentire

Che siete lì per lui

Con tutto voi stessi

Concentrati e focalizzati su ciò che sta accadendo.

DAR VALORE

 

 

 

La presenza di cui abbiamo appena parlato

È proprio il principale messaggio

Del dar valore.

Se vedo che mio padre o mia madre riesce a stare a casa dal lavoro

Per prendersi cura di me, se vedo che mi offre attenzioni speciali

In momenti delicati

Se vedo che mi ascolta con attenzione e pazienza

Guardandomi negli occhi e cercando con sollecitudine

Di discutere con me per aiutarmi a trovare una soluzione

Allora io bambino mi sentirò una persona di valore

Sentirò di aver un grande valore perché me lo stanno dicendo

Le persone più importanti del mondo per me.

INCENTIVARE IL FARSI RACCONTARE
AIUTANDO A TROVARE LE PAROLE

 

 

“Se riesci a tradurre in parole ciò che senti, ti appartiene.”

Henry Roth

Questa è un’altra strategia educativa fondamentale perché contemporaneamente va a sviluppare

La capacità di introspezione

La capacità comunicativo-narrativa

L’alfabetizzazione emozionale

L’autoregolazione emozionale

Invitando semplicemente il bambino a raccontare possiamo rendergli un servizio eccezionale a livello di apporto  educativo qualitativo.

Per aiutarlo con le parole utilizziamo un linguaggio anche metaforico-concreto. Ad esempio: ti sentivi ribollire come l’acqua calda calda fa le bolle prima che la mamma butti la pasta dentro la pentola?

INCORAGGIAMENTO

 

 

 

Non sono sicuro ci sia bisogno di spiegare che una persona riesce a dare il meglio di sé quando viene incoraggiata.

Però in effetti nella mia esperienza vedo ancora molto comune

La tendenza alla critica, la stigmatizzazione degli errori dei bambini

Tendenti spesso ad umiliarli anziché semplicemente mostrare loro

Come l’errore non è nient’altro se non un carissimo amico

Che ti dice dove puoi migliorare.

Incoraggiare vuole dire trasmettere un messaggio molto potente

A livello educativo, anzi uno dei più potenti:

“ IO CREDO FORTISSIMAMENTE IN TE!”

AFFETTUOSITÁ

 

 

 

In moltissime circostanze le parole non servono

Non si rivelano utili

Quanto un gesto

Un’azione reale e concreta

Quale un bacio, una coccola, un abbraccio, una tenerezza.

In quei momenti si rivela l’intimità e la complicità.

Si rivela quanto realmente il genitore ami

Profondamente il proprio figlio

E quanto sia semplice e naturale

Trasmettere questo meraviglioso sentimento.

POSITIVITÁ E OTTIMISMO

 

 

 

Mi rendo conto che entriamo in un campo delicato.

Qui il genitore dovrà superare se stesso.

E sì perché di fronte a situazioni altamente negative emotivamente

È veramente difficile riuscire a trovare dentro di sé

La forza e l’energia per trasmettere questo genere di messaggio.

Ma se pensiamo che questa qualità potrà davvero cambiare la vita a nostro figlio forse riusciremo a trovare il modo

per veicolare tale significato.

Perché effettivamente arrivare a possedere la qualità del non lasciarsi abbattere nemmeno di fronte ad eventi particolarmente

Difficili emotivamente significa conservare e custodire dentro di sé la consapevolezza che a tutto c’è una soluzione e che si hanno tutte le qualità e le doti per trovarla.

E DULCIS IN FUNDO …

 

 

 

 

“L’arte migliore è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono in accordo.”
John Ruskin

 

“Il valore della vita può essere misurato da quante volte la tua anima si è profondamente emozionata.”
Soichiro Honda

 

“Perché a volte la stessa emozione che ti spezza il cuore è anche quella che te lo guarisce.”
Nicholas Spark

È POSSIBILE ISTRUIRE SENZA EDUCARE?

 

Abstract: uno dei punti deboli della scuola è l’eccesso di istruzione a detrimento dell’educazione. L’affermazione secondo la quale il compito dell’insegnare è esclusivamente quello di istruire non solo è parziale ma soprattutto non rappresenta appieno la realtà dell’incontro maestro-allievo. Questo articolo vuole mostrare l’impossibilità di istruire senza al contempo educare.

La prima parola che mi viene in mente quando penso al mondo contemporaneo è connessione. Etimologicamente connettere significa “congiungere strettamente”. Si può serenamente affermare senza tema di smentita che stiamo vivendo nell’era della tecnica e della tecnologia.

Rete è un’altra delle parole chiave per definire il world wide web ossia il sistema che internet offre per navigare all’interno del suo spazio/mondo-virtuale.

Forse per la prima volta nella storia dell’umanità abbiamo evidenze pressoché incontrovertibili del fatto che esistono correlazioni concrete e reali tra fenomeni anche di diversa natura. La sopravvivenza economica, politica e sociale dipende dagli accordi che le persone riescono ad instaurare, dalle relazioni significative e durature che riescono ad intessere, dai legami che riescono a stringere. In realtà è un fenomeno che a livello micro-sociale è sempre esistito ma che a livello macro-sociale ha iniziato a svilupparsi durante la prima rivoluzione industriale, si è concretizzato nella seconda rivoluzione industriale a fine ‘800 e ha subito una accelerazione imponente a partire da quella che viene definita la terza rivoluzione industriale a partire dalla seconda metà del novecento, fenomeno in particolare legato all’innovazione tecnologica. Oggi, nel 21° secolo grazie all’evoluzione informatica l’interdipendenza e la connessione tra esseri umani è straordinariamente evidente. Dunque si può affermare che il mondo è una enorme rete di connessioni. Più o meno visibili.

Si tratta a mio avviso di una metafora meravigliosa dal punto di vista dell’educazione e dell’istruzione. Nel momento in cui è acclarato che viviamo nel tempo delle interconnessioni allora qualunque fenomeno può essere analizzato compreso e spiegato attraverso tale ottica. Nello specifico della dimensione educativa la mia idea è assai precisa: istruendo non si può non educare. In altre parole un insegnante nello stesso momento in cui istruisce contemporaneamente educa. Esiste una connessione inscindibile tra queste due dimensioni. Tenterò nelle righe seguenti di dimostrare questa affermazione.

Persiste tutt’oggi la convinzione e la pratica secondo la quale l’educazione  è appannaggio della famiglia mentre dell’istruzione se ne occupa la scuola. Entrambe la parti in causa ossia genitori e docenti sono alquanto restii ad accogliere ingerenze nel proprio precipuo campo di azione dando vita in questo modo a dissidi, lotte, prese di posizione e intolleranze che si traducono puntualmente in azioni deleterie nei confronti dei bambini e dei ragazzi. Tutto questo viene perpetuato senza riuscire a trovare un diverso modus operandi in maniera tale da trovare una terza via possibile. Hegel parlava di tesi e antitesi da far incontrare per dar luce alla sintesi. Allora tenendo presente la metafora della rete/connessione secondo la quale tutto è connesso con tutto e della fortunata ed efficace sintesi hegeliana si potrebbe tentare la costruzione della suddetta terza via. Vediamo come.

Molti insegnanti affermano che il loro compito è puramente culturale, non sono educatori ma solo docenti. In questo “solo docenti” essi tradiscono senza probabilmente accorgersene la convinzione dell’estrema importanza dell’educazione. Infatti il termine “solo” rimanda ad una incompletezza, ad un pezzo mancante, con ogni probabilità un pezzo più grande di quello di cui si fa parte. Inoltre dimenticano o forse non hanno piena coscienza del fatto che nel momento in cui un essere umano adulto si occupa della formazione di un altro essere umano necessariamente crea una relazione. Perché? Due soggetti in presenza posti uno di fronte all’altro danno vita necessariamente ad una comunicazione. Questo lo si può facilmente evincere osservando quanto affermato dal primo assioma della pragmatica della comunicazione umana che afferma che “per 2 o più persone in presenza è impossibile non comunicare”. Persino il silenzio o l’indifferenza sono forme di comunicazione: entrambe rappresentano un significato interpretato dal destinatario. In ogni caso ricordiamo che nella situazione specifica il docente è di fronte all’allievo con lo scopo precipuo proprio di comunicare con lui. Proseguendo con il ragionamento possiamo affermare che esistono fondamentalmente 3 tipologie di comunicazione: l’interazione, la relazione e la transazione. Per interazione si intende: “ […] la reazione reciproca, verbale o non verbale, temporanea o ripetuta secondo una certa frequenza, attraverso la quale il comportamento di uno dei partners ha un’influenza sul comportamento dell’altro […]” (M. POSTIC, La relazione educativa, Roma, Armando, 1982 cit. in D.DEMETRIO, Educatori di professione, Milano, La Nuova Italia, 1999, p. 153). Per relazione secondo il dizionario Treccani si intende: Connessione o corrispondenza che intercorre, in modo essenziale o accidentale, tra due o più enti ed inoltre: Con riferimento a persone o a gruppi, come rapporto, legame o vincolo reciproco ( www.treccani.it ). Infine la transazione è: “ […] parola ancora più impegnativa; perché soprattutto gli psicologi sociali, hanno messo in evidenza le norme di reciprocità insite in quest’idea e hanno dimostrato che i confronti interpersonali implicano uno scambio, in costi e benefici, di spese di energia comportamentale, investite in vista di eventuali redditi. […] La parola transazione è stata allora adottata nel senso di un’operazione “economica” conclusa con un accordo tra le parti, sulla base di una reciprocità di mutui vantaggi da ricavarne” (M. POSTIC, La relazione educativa, Roma, Armando, 1982 cit. in D.DEMETRIO, Educatori di professione, Milano, La Nuova Italia, 1999, p. 154). E’ piuttosto interessante notare come in tutte e 3 le forme di comunicazione ritroviamo termini quali: reciprocità, influenza, rapporto, legame, corrispondenza, accordo, mutuo nel senso etimologico di “dare in cambio”. È evidente dunque che di qualsiasi tipo di comunicazione l’insegnante si renda protagonista nei confronti dell’allievo si tratta in ogni caso di un’azione che prevede necessariamente l’instaurarsi di un qualsivoglia rapporto. Ed è altrettanto evidente che un rapporto implica un investimento emotivo. Si tratta in ultima analisi da qualsiasi parte la si guardi di una relazione a tutti gli effetti tra due esseri umani.

A questo punto della mia riflessione prendendo spunto dal primo assioma della pragmatica della comunicazione umana prima citato asserisco che “ per docente e allievo in presenza è impossibile non instaurare una relazione”. Ora, l’educazione è caratterizzata dalla relazione? In altre parole per definire l’educazione si può prescindere dalla relazione tra due esseri umani? Anche solo a livello intuitivo si può facilmente notare che è impossibile per un essere umano educare qualcuno in sua assenza dunque si può affermare che l’educazione è caratterizzata invariabilmente dalla relazione ed allora ecco che immediatamente balza agli occhi l’inevitabile conclusione secondo la quale: per un docente in presenza di un allievo è impossibile non educare.

Il percorso è questo:

INCONTRO TRA DUE ESSERI UMANI —> COMUNICAZIONE —-> INTERAZIONE —-> RELAZIONE —->EDUCAZIONE.

A questo punto però si potrebbe obiettare che l’istruzione è essenzialmente una trasmissione di informazioni da un soggetto-emittente, in questo caso l’insegnante, ad un soggetto-destinatario, in questo caso l’allievo. Ma è possibile comunicare senza instaurare una vera e propria relazione? A mio avviso sì  ma solo a certe condizioni. La comunicazione non è relazione in base ad alcuni criteri:

  • L’occasionalità: ad esempio la comunicazione che intercorre tra pazienti in un sala d’aspetto di una sala medica o la conversazione con la persona che siede di fronte a me sul treno.
  • Il tempo e la durata (la non reiterazione): nel momento in cui io comunico con un’altra persona una sola volta nella mia vita oppure una volta al mese per pochi minuti, ad esempio con una persona incontrata per caso in un ascensore, oppure con il corriere che mi consegna un libro ordinato online.
  • La trasformazione del contenuto: nel momento in cui io comunico senza avere lo scopo, diretto o indiretto, implicito od esplicito, di voler trasformare e far evolvere il contenuto della comunicazione. Ad esempio quando semplicemente racconto o esplicito qualcosa senza voler convincere l’interlocutore della bontà o della veridicità di quanto affermo. E non ho questo scopo proprio perché non ho alcun investimento emotivo-relazionale con l’interlocutore stesso.

Le caratteristiche di una vera e propria relazione invece sono:

  • La replicazione: c’è relazione soltanto se esiste continuità e replicazione nel rapporto tra due oggetti;
  • La referenzialità: c’è relazione se si parla di qualche cosa d’altro: di già accaduto, che accade, che potrà accadere;
  • La pragmaticità: c’è relazione non soltanto se si parla, ma se si agisce, si vuol cambiare, trasformare ciò di cui si parla.

I nessi che la relazione sempre chiama in causa, in sostanza, comportano: l’esistenza spazio-temporale di un ritorno (non esistono relazioni occasionali: perché ci sia relazione, deve stabilirsi un legame più o meno duraturo, comunque intenso, basato sulla reciprocazione io ti do/tu mi dai); deve esistere poi un contenuto del quale parlare e, infine, tale contenuto diventare l’oggetto di una ipotesi trasformativa.” (D.DEMETRIO, Educatori di professione, Milano, La Nuova Italia, 1999, p. 156).

Ora, proviamo ad indagare se le caratteristiche della relazione vera e propria sono presenti all’interno  della comunicazione che intercorre tra insegnante e allievo:

  • La replicazione: certamente sì data la frequenza quotidiana con cui avviene.
  • La referenzialità: certamente sì dati gli argomenti in questione: i contenuti delle materie ma non solo; rientrano anche le comunicazioni che riguardano i comportamenti, gli atteggiamenti, gli accadimenti quotidiani all’interno del gruppo-classe.
  • La pragmaticità: certamente sì dal momento che l’insegnante attraverso il proprio lavoro ha lo scopo di arricchire l’allievo con molte nuove informazioni che inevitabilmente innescano un processo trasformativo del suo modo di pensare e di agire nella vita.

Dunque la comunicazione insegnante-allievo possiede in sé tutte le caratteristiche che portano alla instaurazione di una relazione vera e propria, indipendentemente dalla qualità, dal grado di profondità e significatività di tale relazione. Essa è in ogni caso una relazione interpersonale propriamente detta. Inoltre da ultimo ma paradossalmente a mio avviso ancora più importante c’è da considerare ancora questo aspetto: “ Vediamo ora le implicazioni pedagogiche che ciascun aspetto ci invita a considerare. La continuità implicita nell’esperienza relazionale è stata studiata soprattutto dal pensiero psicanalitico che si è occupato dei cosiddetti registri inconsci impliciti nella relazione educativa. Infatti essa: non si situa solo a livello visibile della comunicazione interpersonale, si svolge anche a livello delle emozioni, dei fantasmi, dunque sul registro inconscio. In quanto le relazioni oltre al loro contenuto manifesto, osservabile, identificabile hanno al tempo stesso un contenuto latente di carattere emozionale non sempre controllabile con la volontà”(J. Laplache, J.B. Pontalis, Fantasma originario, Fantasmi delle origini, Origini del fantasma, Bologna, Il Mulino, 1988, p. 17 e M. Postic, opera cit., p. 141).

Si parla dunque dell’aspetto emozionale che è carattere cardine della relazione intersoggettiva e stabilisce e/o descrive il grado di coinvolgimento dei soggetti in relazione.

In conclusione è possibile affermare con sufficiente evidenza che per un insegnante è impossibile non instaurare una relazione con l’allievo, relazione che rappresenta il nucleo fondante dell’educazione, di conseguenza risulta altrettanto impossibile per l’insegnante non educare l’allievo che ha di fronte. Questo fa sì che si apra uno scenario del tutto particolare, uno scenario secondo il quale l’insegnante deve necessariamente essere un professionista preparato adeguatamente sotto il profilo educativo, con comprovate e approfondite conoscenze teorico-pratiche che a tutti gli effetti lo collochino a pieno merito e diritto nella sfera e dimensione pedagogica. Senza tale preparazione non è possibile a mio avviso svolgere in maniera fondata, profonda e significativa il mestiere e il ruolo dell’insegnante. Tuttavia non è condizione sufficiente possedere una preparazione teorica certificata da un corso di laurea bensì è necessario possedere alcuni requisiti personali che si riassumono nel conseguimento di quella che viene definita competenza pedagogica costituita da tre forme di sapere: il sapere propriamente detto, il saper fare e in particolare il saper essere. L’insegnante-educatore dovrà in ultima analisi compiere un lavoro su di sé per imparare egli stesso “come fare per essere” un docente che mentre istruisce educa consapevolmente l’allievo. La tesi “istruzione” incontra l’antitesi “educazione” per dar vita alla sintesi: “realizzazione”.