Frammenti di racconti

Luce in lontananza

Toccare l’orizzonte con un dito. Era quello che faceva ogni volta in cui voleva ritrovare il suo centro. Era un modo per rimettere a posto le cose della sua vita, per disegnare il suo destino con precisione così che quella stessa precisione potesse essere trasferita per osmosi in tutto ciò che le stava accadendo. E anche quel giorno senza nemmeno rifletterci troppo si ritrovava lì con tutta quella sabbia intorno ad accoglierla e lei in silenzio a far parlare le onde che ritmicamente le accarezzavano i piedi creando la sensazione di essere cullata, accudita e compresa. Perchè come sempre anche quel giorno era intriso di stupore e di frangibilità. Era una mattina limpida quella come non accadeva da anni. Così dicevano i pescatori che aveva incrociato poco prima di sedersi di fronte al mare maestoso che si stagliava di fronte alla sua esile figura.

Ripensandoci si meravigliava sempre di quanto arrivasse all’improvviso, di come le cose precipitassero dentro un vortice di incomprensione nell’arco di un battito di ciglia, di uno sguardo, di una parola dettata dal vulcanico incedere dei toni di voce che prendevano il sopravvento impedendo alla ragione di farsi largo e abbracciare l’armonia.

Le immagini continuavano a scorrerle nella mente come diapositive di un vecchio film a cui si è così tenacemente legati che non si smette di guardarlo; non se ne può fare a meno eppure se ne conoscono tutti i minuscoli dettagli, tutte le movenze, le inclinazioni di voce, tutte le sequenze di azioni. C’era in lei custodito nel profondo il pensiero magico secondo il quale ad un certo punto i protagonisti si sarebbero stufati di ripetere e ripetere sempre i medesimi copioni per riuscire finalmente ad improvvisare un nuovo corso di eventi. Ma ogni volta la delusione nel constatare che tutto ciò non accadeva era pari soltanto allo stupore di quanto lei non riuscisse a contenere quel suo desiderio così infantile e impossibile da realizzare.

Ma c’era dell’altro. Albergava in lei anche un sottile ma denso godimento per quelle lunghe ed estenuanti discussioni giacchè la loro impetuosa e copiosa dinamica la facevano sentire viva, tremendamente eccitata e piena di ardore per quella vita che sapeva essere l’unica a sua disposizione.

La verità forse era che la passione di quelle battaglie di parole voleva coprire le delusione. Si erano promessi senza dirselo di non nascondersi nulla, di amarsi anche nella noia, nell’apatia della quotidianità fatta di routine consolidate. A noi non potrà succedere si dicevano osservando con leggero vezzo di superiorità le coppie che cenavano in rigoroso ed ermetico silenzio nei ristoranti affollati. Parlavano sempre e di qualunque cosa ma ciò che rendeva davvero speciale il loro dialogo era la spumeggiante rapidità con cui passavano da un argomento all’altro riuscendo sempre a trovare connessioni e intrecci creativi andando a scoprire quanto adorassero quella danza di due menti e due cuori che all’unisono dipingevano le loro giornate.

L’orizzonte era lì immobile e fedele a se stesso, proprio come il vecchio film che lei teneva ancora stretto al suo cuore dolce e ribelle. Il suo dito continuava a disegnarlo percorrendo la linea sicura che lo definiva ma poi ad un tratto lei si fermò. Il suo sguardo fu colpito da un’immagine che non aveva mai visto prima. O meglio un’immagine che il suo sguardo non aveva messo a fuoco come avrebbe dovuto. Ma non poteva essere. Di certo c’era una spiegazione e allora per essere sicura si asciugò le gocce che le scendevano ormai copiose dai suoi grandi occhi nocciola. Mise ancora più a fuoco strizzando le pupille e cercando una connessione stabile e realistica tra ciò che aveva sempre creduto e ciò che invece in quel preciso istante le appariva dinnanzi. Quella che lei disegnava con il suo dito non era il contorno sfumato e pasticciato di una montagna. Si era appena resa conto di non aver mai visto ciò che era. Forse perchè ciò che le piaceva era proprio dedicarsi al gesto in sè, alla felina movenza che il suo dito produceva senza pensare a ciò che effettivamente stesse facendo. Era azione automatica, meccanica senza un uso cosciente della ragione. Era un piccolo e antico modo di superare l’angoscia e la rabbia per ciò che nella sua vita non andava per il verso giusto. E in quel gesto, in quel seguire ripassando l’orizzonte come se il suo dito indice fosse un pennello divino trovava sicurezza, la certezza che le cose erano al loro posto, nulla andava in pezzi, tutto tornava, tutto era come lei si aspettava che fosse.

Ma in quel momento la sua mente aveva creato un ponte cristallino con il suo occhio fino a permetterle di scorgere e di decifrare una figura che fino al giorno prima aveva le sembianze dell’incrollabilità, dell’insuperabilità, della graniticità.

Ma quella non era una montagna. Era un faro.

Come aveva potuto non accorgersene. Provava meraviglia e rabbia, confusione e gioia improvvisa, speranza e paura. Trascorriamo tutto il nostro tempo con poche, pochissime ma radicali certezze. Lei aveva quella. L’orizzonte non mentiva. L’orizzonte aveva sempre la stessa dimensione, lo stesso contorno, la medesima linea e ciò che stava sotto quella linea era una volta per tutte conosciuto, saldo, incontestabilmente proprio ciò che appariva.

Ed invece no. L’incrollabilità della montagna era stata sostituita da una nuova luce. Da una luce che in mezzo alla tempesta poteva salvare la vita. poteva indicare la direzione giusta da intraprendere, poteva illuminare parti di realtà prima oscure e inesplorate.

In quel momento sentì dentro di sè il respiro farsi largo, le sue narici si inebriarono del profumo del mare che le entrò a tutta dritta nei polmoni che potenti ringraziarono per quell’aria che aveva una nuova e vivida freschezza. Il suo sguardo si innamorò perdutamente di quella inedita e inaudita visione perchè per la prima volta le permetteva di vedere con gli stessi occhi un film finalmente diverso. Seppure con gli stessi due attori protagonisti. E il vento le portò un’ultima onda a salutarle i piedi prima che lei decidesse di ritornare da lui a ridipingere le pareti del loro destino.

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