Riflessioni Varie

Alla ricerca del Talento “nascosto”


La morte di Diego Armando Maradona mi ha
colpito. Molto. Ho anche pianto, non a dirotto
ma di commozione, più di una lacrima ha
solcato il mio viso.
E dopo essermele asciugate ad un certo punto
mi sono chiesto il perché.


Perché era il rappresentante di un tempo per
me memorabile, un tempo in cui la mia
giovinezza mi faceva sentire bello, forte e
capace di mirabolanti evoluzioni mentali e
fisiche. Forse. Anche. Ma non è tutto. Non può
essere solo questo ho pensato.


Allora forse perché mi ricorda quanto fosse
bello correre insieme ad altri rincorrendo un
sogno, cercando di lasciare un segno, sì certo
buttare una palla aldilà di una soglia
apparentemente non pare nulla di che in fondo.
Ma allora era (quasi) tutto. Era l’unica cosa che
ti dava quella scarica di adrenalina, gioia,
entusiasmo.


Se ci pensiamo il calcio è un’occasione per
abbracciarsi. Estremizzando direi che si gioca al
calcio perché si cerca spasmodicamente
quell’abbraccio, che può rappresentare
metaforicamente l’abbraccio del mondo,
l’abbraccio della madre e del padre, l’abbraccio
dei fratelli. Perché quando si gioca in una
squadra si è fratelli. Non di sangue ma di
avventura. Universalmente si è legati da sudore
e dal superare i propri limiti personali. Cosa che
si può fare insieme e solo insieme. Si sente di far parte.

È buffo perché in realtà
ciascuno di noi fa sempre parte. Noi facciamo
parte dalla nascita alla morte. Sempre e
comunque. Ma ce ne rendiamo veramente
conto solo allorquando lo ritualizziamo.
Quando entriamo in un gruppo ben definito.
Quando viviamo con quel gruppo un’esperienza
ben definita. Quando condividiamo, nel bene e
nel male un’esperienza specifica, all’interno di
un cerchio, di un contesto, di una figura umano-geometrica misurata, visibile, chiara e inequivocabilmente reale. Reale per noi che
appunto “ne facciamo parte”.


Ma io non ero nella squadra di Maradona. Io
non facevo parte della sua esperienza. Non
condividevo con lui nulla di inequivocabilmente
reale, e visibile, e toccabile, e…e allora?
Perché quelle lacrime? Che cos’è che mi ha
colpito?

Forse qualcosa che va oltre.
Ci colpisce sempre qualcosa che va oltre.
Qualcosa che è inspiegabile con la ragione, con
la razionalità, con la nostra mente.
Siamo attratti inspiegabilmente
dall’inesplicabile, dall’inspiegabile a parole, da
quel qualcosa che comprendiamo e sentiamo e
che sappiamo di sapere, di conoscere e capire
ma di cui pressochè non si può dire.
Non riusciamo a dire ma sappiamo che è reale.
Ne percepiamo la concreta presenza in noi.
Lo intuiamo. Che parola è questa!
In-tui-amo lo voglio tradurre come “amo in te”,
cioè “Amo ciò che c’è in te”. Anche se non
posso spiegarlo. Almeno come e quanto vorrei.


In questo caso per quanto mi riguarda
pensando a Diego Armando Maradona io
amavo il suo talento. Infinito, trascendente ciò
che ci si aspetterebbe, magico e inspiegabile.
Però in quel caso, riguardo lui è facile. Troppo.
Perché si vedeva. È emerso in tutto il suo
fulgore. Nulla da eccepire. Gli si può dire di
tutto ma la cosa, forse l’unica e inequivocabile
cosa su cui tutto il mondo nessuno escluso
concorda (e già questa è la notizia, cioè trovare
un accordo mondiale) è che fosse dotato di un
talento. Magnifico. Enorme. Cristallino tanto
era evidente e luccicante. Solare.


Ma appunto dicevo: in questo caso è troppo
semplice vedere e riconoscere. Quello che a me
Diego Armando Maradona ha fatto venire alla
mente è proprio questo: nonostante tutto, a
prescindere da ogni altra cosa nella vita è
troppo importante cercare, scavare, imparare a
vedere e riconoscere i talenti.

Quelli difficili. Quelli apparentemente
impossibili. Impossibili come i suoi
fantascientifici goals. Che solo immaginarli
sarebbe una sorte di epocale momento da
premio Oscar.


Perché ci sono. In ognuno di noi. Ognuno ha il
suo. Più o meno nascosto. Più o meno evidente.
Più o meno definito. E allora come una squadra
mi immagino il mondo tutto il mondo che
anche solo per 5 minuti al giorno si mette i
panni del miglior Indian Jones e si concentra e
focalizza sul cercare e scoprire i talenti. Dentro
di noi e fuori di noi. Abbiamo bisogno, un
bisogno sfrenato di riconoscere. Riconoscere il
nostro talento e vedercelo riconosciuto. E fare
lo stesso con gli altri.

Diciamocelo e diciamoglielo.
E se le parole non trovano voce allora
scriviamo. Oppure troviamo un altro modo.
Uno sguardo, un gesto, un dono.

Ma celebriamo i talenti che più o meno nascosti
portiamo dentro di noi.

Non servono lauree o certificati di alcun genere
per riconoscere. Regalare attenzione.
Connettersi al proprio sentire e intuire.
L’inspiegabile è l’intuizione.

È la percezione dell’attimo. È guardare con questi occhi intrisi
del sentire l’inspiegabile e farsi travolgere senza
paura perché sai che è lui, il talento allo stato
puro che si manifesta.
E riconoscerne l’esistenza è farlo vivere. Ed è
qualcosa che ci appartiene. Oltre il tempo e
oltre lo spazio. Per questo è eterno.
E’ universale.
Come un tocco di palla. Vorrei che tutti per 5
minuti toccassimo il nostro talento e lo
abbracciassimo.


In fondo la vita se ci pensiamo è tutta racchiusa
in un abbraccio. Alla ricerca dell’abbraccio che
ci fa sentire essere parte.
E come dicevo è buffo e dolce perché noi tutti
facciamo sempre e comunque parte.
E questo nessuno ce lo potrà mai togliere.

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