Storytelling

La tua Raccont’abilità

Ti faccio un paio di domande:

“Pensi di essere raccontabile? Pensi che la tua attività possa essere raccontabile? “

Ma, prima di rispondere vorrei darti la mia risposta e la mia risposta è questa:

“Tutto può diventare raccontabile. Tutto può essere reso adatto all’essere raccontato”.

La bellezza e il potere magico della parola è proprio la sua versatilità.

Il livello di utilizzo e di penetrazione dei social media nelle nostre vite rende, ormai da qualche anno, pressoché impossibile non confrontarsi con tale fenomeno nell’ambito del mondo del lavoro.

Le grandi aziende da decenni investono cifre importanti nel marketing e negli ultimi 10 anni in particolare è avanzata fortemente l’arte e la tecnica dello storytelling per poter creare comunicazioni sempre più avvolgenti e coinvolgenti. Raccontare il proprio brand, i propri prodotti e servizi attraverso la narrazione diventa per tali organizzazioni imprescindibile.

Mi pare di osservare però che tutto ciò ancora non si riscontri nell’ambito delle piccole e medie imprese, tra i professionisti e i titolari di attività commerciali.

Certamente vi è una questione legata agli aspetti puramente economici ma l’impressione è che ci siano anche altre motivazioni che esulano da questo ma che, se affrontate, potrebbero essere risolte.

  • questione culturale: il termine storytelling non è ancora entrato nell’uso comune. Non lo si conosce, non si sa precisamente cosa sia. Lo si confonde nella stragrande maggioranza dei casi con la mera “pubblicità”.
  • questione professionale: la figura dello storyteller anch’essa non ha ancora raggiunto notorietà sufficiente a far sì che ne venga riconosciuta l’importanza strategica per il proprio “marketing d’impresa”.
  • questione percettiva: non si ha percezione della reale utilità e portata di tale strumento.
  • questione pratico-economica: grazie alla semplice accessibilità e alla gratuità dei social-media e della tecnologia si pensa sia inutile investire in tal senso dal momento che in moltissimi casi si è convinti che siano sufficienti e adeguate le proprie competenze e capacità.

Risulta dunque evidente che lo storytelling, pur essendo potenzialmente uno strumento eccezionale ha ancora bisogno di essere divulgato, conosciuto e ri-conosciuto per poter entrare in maniera capillare all’interno del mondo vario e frastagliato delle piccole imprese, dei professionisti e delle attività commerciali.

In questa sintetica e breve analisi c’è ancora una questione che vorrei affrontare e che secondo me ha un suo peso specifico andando a incidere molto.

La convinzione limitante secondo la quale non si abbia nulla di significativo da raccontare.

Il raccontare è un’azione che ciascuno di noi conosce fin da quando ha imparato a parlare e  ha memoria di sé. Ciascuno a modo proprio in fondo ha sempre raccontato. Fa parte della natura dell’essere umano, una natura sociale e socievole dunque è qualcosa che sperimentiamo ogni giorno. La diamo per scontata. Non ce ne accorgiamo.

È chiaro che possono esistere, ed esistono, racconti più o meno riusciti.

Tuttavia, un conto è raccontare male, in maniera maldestra e poco ispirata, altro conto è scambiare l’arte narrativa con la semplice descrizione di fatti ed eventi e infine ben altro conto ancora è non raccontare proprio perché si pensa sia inutile, poco vantaggioso o perché si pensa di non avere nulla di significativo da narrare.

A questo riguardo possiamo senz’altro dire che il raccontare è distinguibile grazie alla propria struttura interna.

In estrema sintesi il raccontare è basato su un personaggio chiamato ad affrontare una situazione che deve essere risolta.

Il fascino irresistibile del racconto è che si tratta di una continua sfida contro l’irrisolto.

L’essere umano mal sopporta rimanere in sospeso. Per un tempo limitato può anche risultare stimolante ed emozionante ma poi infine la situazione deve concludersi. In positivo o in negativo. Ma deve concludersi.

E laddove il racconto lascia un finale aperto si è comunque portati a riflettere per darsi una spiegazione, per dare un’interpretazione di quanto tratto tramite il racconto.

Se apparentemente un finale non c’è ce lo costruiamo da soli in qualità di spettatori.

Per inciso va fatto notare che esiste una strategia narrativa che viene intenzionalmente messa in atto, in maniera più o meno esplicita e netta, proprio per innescare nel destinatario tale “azione riflessiva”.

E ne esiste un’altra, molto ben conosciuta perché utilizzata nel contesto delle cosiddette “serie tv”, in cui la struttura prevede un ampio racconto suddiviso in parti, gli episodi, che nonostante esauriscano una parte dell’intreccio stesso al loro interno, contemporaneamente rimandano al successivo episodio per dare quelle risposte che rimangono appunto in sospeso. Il fatto di creare ad arte vicende con domande aperte fa sì naturalmente che per avere le risposte si abbia una sola e unica possibilità: guardare l’episodio successivo. In questo modo si crea interesse, fidelizzazione e “magnetismo narrativo” per utilizzare una felice metafora.

In ogni caso il racconto narra le gesta di uno o più personaggi che sono chiamati a risolvere una certa situazione/evento.

E lo spettatore è lì per vedere e appurare come faranno, cosa escogiteranno per riuscire a risolvere il problema che si trovano ad affrontare.

E questo, tornando all’area delle attività lavorative, apre uno scenario estremamente interessante.

Riflettiamoci un momento, in fondo che cos’è il mondo del lavoro?

È un racconto in cui c’è una moltitudine di protagonisti che attraverso un viaggio, svariate vicende e vicissitudini cercano e trovano il modo di risolvere problemi e soddisfare bisogni e necessità, tornando a casa pronti a ricominciare giorno dopo giorno.

Il mondo del lavoro è una perfetta metafora di una Grande Narrazione.

Dunque semplicemente si devono trovare le parole giuste per tradurre e trasformare ciò che appare come mera routine quotidiana in una delle tappe del viaggio, del percorso che permetterà di trovare la tanto desiderata soluzione.

Quindi in realtà procedendo in questo modo si scopre che non solo si ha qualcosa da raccontare ma anzi ne esiste un’abbondanza smisurata.

Ed allora il punto non sarà più trovare qualcosa da raccontare ma trovare il “come” raccontare.

Ed è qui che entra in scena lo storyteller, ovvero l’esperto in grado di comunicare attraverso i racconti, le storie e le narrazioni.

Quindi in conclusione se adesso dopo aver letto questo articolo ti chiedessi nuovamente:

“Pensi di essere raccontabile? Pensi che la tua attività possa essere raccontabile?”

Tu adesso cosa risponderesti?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...