Storytelling

Il fattore E: il senso dell’Emozione nel mondo del lavoro

Elenca le prime 5 parole che ti vengono in mente pensando all’emozione.

Fatto?

Ora prova a pensarne altre 5 sempre legate ad emozione.

Finito?

Ebbene, ho 2 certezze.

La prima: non ho alcun potere telepatico.

La seconda: sono sicuro che nella tua top-ten non c’è la parola lavoro.

Non si sa per quale motivo strano ma il lavoro non deve emozionare.

Invece la parola passione è molto più vicina, affiancabile a lavoro. Si dice spesso che una delle maggiori fortune sia quella di fare un lavoro che appassioni.

E anche io sono d’accordo.

Ma perché mai non dovrebbe emozionare?

Mi sono fatto un’idea ma la dico dopo.

Prima, una curiosità.

Emozione viene dal verbo “emovere: trasportare fuori, smuovere, scuotere”.

Passione invece significa: “sofferenza, pena, travaglio”.

Trovo semplicemente buffo che il lavoro abbia la fama, l’eco, si porti dietro la scia della fatica, del sacrificio, del dispendio massimo di energia fino all’ultima goccia di sudore e non possa invece essere o diventare o almeno aspirare ad essere quell’attività umana che smuova, che procuri trasporto mentre la si fa, che ci scuota e ci faccia sentire vivi, che ci dia gioia, grande soddisfazione, piacere, entusiasmo.

Perché no?

Ecco l’idea che mi sono fatto come dicevo: le emozioni umane sono le manifestazioni più difficilmente controllabili e prevedibili.

Ci distraggono, alterano il nostro stato d’animo, non si conciliano con la concentrazione, la serietà, la professionalità, l’attenzione, la cura, l’impegno con cui dobbiamo svolgere ciò che viene chiamato lavoro.

Ma … un attimo…lavoro cosa vuol dire? che significa?

Lavoro significa: “fatica”….ops…

Ora è tutto chiaro!

Quindi è proprio nella radice, nell’origine, nel DNA della parola lavoro il fatto che debba essere un’attività perlopiù faticosa, dispendiosa e “travagliata.

Quindi messa in questo modo paiono decadere le considerazioni fatte poc’anzi riguardo il “lavoro emozionante”.

E invece no. Anzi. A maggior ragione, proprio perché il lavoro di per sé è costituito dalla fatica dovrebbe essere, per così dire, condito dall’emozione. Ed anche dalla passione, intesa come quello stato emotivo per il quale provi un immenso piacere psico-fisico nell’attuare una certa azione, in questo caso appunto il lavoro.

Insomma il punto di vista viene completamente ribaltato: diventa necessario che il lavoro-fatica sia emozionante. Almeno un po’. Almeno in parte.

Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che una delle priorità di noi esseri umani dovrebbe essere o diventare proprio quella di capire, scoprire dentro di noi qual è l’attività che davvero ci smuove, ci tocca, ci interessa in maniera “appassionata” e fare il possibile per svolgerla.

Perché solo in quel caso sarà possibile raggiungere un tasso di qualità nel suo realizzarsi che darà enormi soddisfazioni non solo a te che la svolgi ma anche a chi ne beneficerà ricevendone concretamente i prodotti e i servizi.

Quindi torniamo al titolo: il fattore e: emozionare dà il senso vuol dire che a mio parere un criterio, un indicatore che ci può aiutare nella scelta, nella ricerca del proprio lavoro risiede proprio sul fattore emotivo.

In altre parole il grado di benessere che provi.

Viviamo in un periodo storico in cui è possibile anche “inventare” un lavoro, nel senso di riuscire e poter personalizzarlo in un modo che non ha precedenti nella storia del genere umano.

La tecnologia ci dà questa occasione e opportunità.

L’avvertenza è però ancora una volta ricordare che la soluzione è sempre dentro di noi. È il nostro sentire. Indipendentemente dai vantaggi che una determinata professione possa garantire o prefigurare è sempre estremamente importante fare un viaggio il più possibile approfondito dentro se stessi per far emergere quali sono le sensazioni ed emozioni che proviamo pensando a quel tipo di lavoro-fatica. Come ci fa sentire e stare il pensare, l’immaginarci molte ore al giorno, tutti i giorni per anni nello svolgere proprio quella determinata e specifica attività.

Il senso della vita è personale, soggettivo, individuale. Solo ciascuno di noi sa e può sapere cosa prova e come questo stato emotivo lo fa stare.

Posso solo dire che dal mio punto di vista la vita è un viaggio, è un’avventura, è un percorso. Naturalmente ha grande importanza dove si arriva.

Ha grande importanza il viaggio in sé.

Ma anche e per me soprattutto ha un valore incredibilmente alto come stiamo durante il viaggio.

Se riusciamo ad essere in contatto con la nostra parte emotiva avremo la meravigliosa occasione di provare cosa vuol dire viaggiare insieme a 2 compagni straordinari: l’emozione e la passione.

E con loro, è praticamente certo che qualcosa di interessante  e coinvolgente accada. Quanto è vero che lavoro significa fatica!

Ma non finisce qui. Perché effettivamente quanto scritto potrebbe anche avere tanto il sapore della solita banalità tipo storia da film motivazionale: segui la tua passione e vivrai una vita fantastica!

A scanso di equivoci dunque aggiungo un altro elemento.

Esiste un fattore determinante strettamente connesso alla nostra realizzazione.

Si chiama “senso di autoefficacia”. Da bambini noi esseri umani sperimentiamo moltissime cose. Appena possiamo muoverci iniziamo ad esplorare il contesto circostante e agiamo.

Mano a mano che cresciamo si sviluppano tutte le nostre facoltà: mentali, corporee, emotive e creative.

Una parola chiave in questo percorso di sviluppo è autostima. Essa è il valore che diamo a noi stessi, cioè cosa pensiamo di noi.

E cosa pensiamo di noi è determinato in larga parte da quanto ci sentiamo in grado di fare le cose dandocene prova. L’autoefficacia appunto.

Quindi facciamo una connessione tra emozione, passione, autostima e autoefficacia.

Io agisco, riesco a fare, a portare a termine una determinata azione/attività, ne sono contento, soddisfatto perché ho avuto la prova di essere capace, di avere competenza, quindi ciò che penso di me è positivo. Formo così una buona opinione di me stesso. E questo a sua volta mi fa stare bene, così bene che scaturisce in me il desiderio di provare ancora questa sensazione, questa emozione. Dunque appena possibile mi metterò nelle condizioni di ripetere quella attività. E più la ripeto, più mi sentirò bene perché nel contempo diventerò sempre più bravo e capace di farla, di svolgerla. Quindi più competente.

Sintesi: la curiosità e l’interesse sono la prima spinta verso una certa attività. Se ne traggo piacere nell’eseguirla e se mostro a me stesso (e alle persone a me più care cioè i miei familiari) quanto sono capace di farla sarò portato a ripeterla. Ripetendola molte volte diventerò sempre più bravo e capace e il ciclo continua autoalimentandosi determinando così un circolo virtuoso.

Io penso che ogni questione sia determinata dalla convergenza, dalla coabitazione di svariati fattori. Credo si possa definire una visione sistemica della vita e dei suoi accadimenti.

A partire da questa cornice di riferimento appare evidente dunque che il fattore emozionale è fondamentale. Ma non certo l’unico.

Il punto è che se il mondo professionale, il mondo del lavoro e tutte le idee e convinzioni che lo determinano e lo permeano non prende in adeguata e seria considerazione gli aspetti interiori degli esseri umani io sono sicuro che così facendo commetta un errore molto grave.

Ed è per questo che è troppo importante associare e connettere e cercare di trovare un’attività lavorativa in cui si è capaci, competenti ed anche “benestanti”.

Benestanti proprio nel senso letterale di “stare e sentirsi bene” durante lo svolgimento di quella determinata e specifica attività.

Aggiungo anche che questo star bene a mio parere fa aumentare le possibilità di diventare benestante anche riguardo gli aspetti economico-finanziari dal momento che il connubio “competenza-passione” è per definizione vincente. Sono molto bravo nel fare una certa cosa e in più ne sono anche appassionato, obiettivamente fatico a vedere cosa ci possa essere di meglio.

In conclusione allora si può dire che valga la gioia tentare di raggiungere l’obiettivo massimo ossia diventare persone appassionatamente competenti affinchè si abbia il privilegio di gustare il profumo e il sapore inconfondibile del far bene un’attività e dell’essere felici mentre la svolgiamo.

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